A 800 metri sul Monte Meliuso, tra ruderi e silenzio, dorme una delle storie più intense del messinese
C'è un monte tra Capo d'Orlando e Milazzo che si chiama Meliuso — dal greco «melisso», ricco di miele, per le api selvatiche che da sempre lo popolano. Su quel monte, a 800 metri di altitudine, per quasi cinque secoli visse una città. Aveva chiese in marmo e opere dei Gagini. Aveva un castello che si vedeva dal mare. Aveva un panorama che spaziava dall'Etna alle Eolie, da Capo Milazzo fino, nelle giornate più limpide, alle coste calabresi e a Ustica.
Poi, una sera di febbraio del 1783, la terra tremò per l'ennesima volta. E questa volta non ci fu più niente da ricostruire.
Si chiama Gioiosa Guardia, e di lei restano soltanto ruderi. InsideMessina va a raccontarla.
Dalle origini normanne al castello aragonese
La storia di Gioiosa Guardia inizia, come tante storie siciliane, con i Normanni. Intorno al 1060 il Conte Ruggero d'Altavilla, dopo aver scacciato gli Arabi dall'isola, istituì il Monastero di Patti affidandolo all'Abate Ambrogio, che ottenne il controllo del circondario compreso il Monte Meliuso. Per quasi tre secoli la zona resta un presidio ecclesiastico-agricolo, con qualche insediamento sparso sulle pendici.
Il salto di qualità arriva nel 1364. Federico III Vinciguerra d'Aragona, Gran Giustiziere del Regno di Sicilia, riceve l'incarico di rafforzare la difesa della costa tirrenica contro le incursioni dei pirati barbareschi — una minaccia costante e devastante per tutti i villaggi costieri del messinese. La scelta cade sul Monte Meliuso: difficile da raggiungere dal mare, dotato di una visuale eccezionale su tutto il golfo, facilmente difendibile.
Vinciguerra fa costruire sulla cima una torre-castello — l'"Oppidum Guardiae Joiusae", la fortezza della Guardia Gioiosa — e intorno ad essa i contadini dei dintorni iniziano spontaneamente a insediarsi. In pochi decenni quello che era un avamposto militare diventa un paese vero, con strade, piazze, case in pietra. Il nome «Gioiosa» viene dall'amenità del luogo e dalla fertilità del suolo; «Guardia» dal ruolo di vedetta costiera. Una sentinella felice.
Cinque secoli di vita: le chiese, i Gagini, la tonnara
La città cresce e si arricchisce nel corso del Quattrocento e del Cinquecento. Sorgono quattro chiese — la più importante dedicata a San Nicola di Bari, patrono del borgo — che vengono decorate con marmi pregiati e sculture. Tra gli artisti che lavorano a Gioiosa Guardia ci sarebbero anche i Gagini, la grande dinastia di scultori siciliani che tra il XV e il XVI secolo lasciò opere straordinarie in tutta l'isola. Non è una città di second'ordine: è una comunità benestante, con commerci attivi e una vita culturale che si riflette nelle sue chiese.
Giù a valle, sulla costa, la tonnara di San Giorgio — costruita nel XII secolo, quindi precedente al borgo collinare — garantisce un'altra fonte di reddito. I Gioiosani scendono al mare per pescare, poi risalgono al sicuro tra le mura del castello. È un equilibrio fragile ma funzionante, che regge per secoli.
Nei momenti di allarme per le incursioni dei pirati, dalla torre del castello si alzano segnali di fuoco che allertano tutta la costa. Gioiosa Guardia fa parte di una rete di avvistamento costiero che copre l'intero arco tirrenico messinese. La sua posizione elevatissima la rende preziosa — e, paradossalmente, la condanna: è così alta che l'acqua scarseggia, i rifornimenti sono difficili, e ogni calamità naturale colpisce più duramente.
La leggenda di San Nicola e il capitano misterioso
Come ogni città medievale che si rispetti, Gioiosa Guardia ha la sua leggenda fondativa. Si racconta che durante una delle tante minacce di attacco barbaresco, la città stesse per cedere — le difese erano esaurite, la popolazione terrorizzata — quando apparve un capitano straniero, a cavallo, che guidò con straordinaria efficacia la resistenza e mise in fuga i pirati. Poi sparì, senza che nessuno riuscisse a identificarlo.
« Dopo qualche anno alcuni Gioiosani, trovandosi a Bari, riconobbero nella statua di San Nicola il volto del benefico e prodigioso capitano. »
Da quel momento San Nicola di Bari divenne il protettore di Gioiosa Guardia e gli fu dedicata la chiesa principale del borgo. La leggenda, con tutta evidenza, è un'elaborazione devozionale — ma dice molto su come la comunità si immaginasse: una città che si salva grazie all'intervento divino, un popolo che si sente sotto protezione speciale. Una fiducia che la natura, alla fine, avrebbe tradito.
Il lungo declino: quattro terremoti in cento anni
Il primo segnale arriva nel 1693. Il catastrofico terremoto di Val di Noto — quello che raderà al suolo Noto antica e provocherà la ricostruzione barocca di tutta la Sicilia orientale — fa sentire i suoi effetti anche sul Monte Meliuso. Il castello e molte abitazioni riportano gravi danni. La città viene riparata, la vita riprende. Ma qualcosa si è incrinato.
Nei decenni successivi altri eventi sismici colpiscono la zona, sempre più ravvicinati, sempre più devastanti. La roccia porosa del Monte Meliuso, già fragile, cede progressivamente. Ogni ricostruzione costa sforzi enormi in un luogo così isolato e privo di risorse idriche abbondanti. La fiducia della popolazione si erode lentamente, come le fondamenta delle case.
Poi arriva la sera del 5 febbraio 1783.
Il terremoto di quella notte è il quarto in pochi decenni, ma è di una violenza senza precedenti. Le case si sbriciolano. Le chiese crollano. Il castello, già compromesso dai sismi precedenti, diventa un cumulo di macerie. E questa volta i Gioiosani non trovano la forza di ricominciare.
1784: la carestia, le cavallette, l'addio
Se il terremoto avesse agito da solo, forse qualcuno avrebbe trovato la forza di restare. Ma nel 1784 si abbatte un'invasione di cavallette che distrugge i raccolti. Poi arriva la carestia. Poi la siccità, in un luogo dove l'acqua era già una risorsa scarsa e preziosa.
È la combinazione di questi colpi che spezza ogni resistenza. La popolazione si divide in due flussi migratori: i più benestanti scendono verso la costa e fondano una nuova città — Gioiosa Marea, nome che commemora l'origine collinare con il rimando al mare che ora la abbraccia. Una parte della gente si stabilisce invece nel borgo marinaro di San Giorgio, già esistente, che si espande rapidamente per accogliere i nuovi arrivati.
L'ultimo abitante lascia Gioiosa Guardia nel 1813. Trent'anni dopo il terremoto, qualcuno aveva ancora tentato di resistere, aggrappato alla propria casa, ai propri ricordi, alla propria vita sul monte. Poi cede anche lui. Il Monte Meliuso resta solo con le sue api e i suoi ruderi.
Gioiosa Guardia oggi: tra archeologia e abbandono istituzionale
I ruderi dell'antica Gioiosa Guardia sono raggiungibili a piedi da Gioiosa Marea tramite un sentiero. Non è una camminata banale — il dislivello è considerevole — ma chi arriva in cima viene ricompensato con uno dei panorami più straordinari di tutta la Sicilia settentrionale: l'Etna a sud-est, le Eolie sull'orizzonte tirrenico, il golfo di Milazzo, le Madonie verso ovest. Nelle giornate eccezionalmente limpide, si vede Palermo e la costa calabra.
Il sito non è solo medievale: gli scavi iniziati nel 1981 dalla Soprintendenza hanno rivelato la presenza di insediamenti molto più antichi. Sono state documentate tracce di un abitato indigeno dell'Età del Ferro (IX-VII sec. a.C.) e di un insediamento greco (VI-IV sec. a.C.), che sembra aver subito una violenta distruzione alla fine del IV secolo. L'area attorno a Gioiosa Guardia era abitata molto prima che Vinciguerra d'Aragona vi costruisse il suo castello.
Oggi però il sito versa in condizioni che Italia Nostra ha definito di abbandono: la recinzione è assente, i pannelli didattici sono usurati e illeggibili, la vegetazione invade le strutture. Gli scavi si sono interrotti nel 2005 e non sono mai ripresi. Un bene paesaggistico inserito nel Piano Paesaggistico della Regione Siciliana — tutelato sulla carta, dimenticato nei fatti.
Un luogo che merita di essere riscoperto
Gioiosa Guardia non è un caso isolato. È il simbolo di un patrimonio diffuso, capillare, straordinariamente ricco che la provincia di Messina porta con sé senza riuscire a valorizzarlo. Siti che in altre regioni d'Italia — o d'Europa — sarebbero mete di turismo culturale internazionale, qui rimangono accessibili solo a chi ha la pazienza e la curiosità di cercarli.
C'è però qualcosa che i ruderi di Gioiosa non hanno perso: la capacità di raccontare. Ogni pietra crollata è un pezzo di storia che aspetta di essere letto. Le fondamenta delle chiese dove i Gagini lavoravano il marmo. Il profilo del castello da cui si vedevano arrivare i pirati. Le strade su cui l'ultimo abitante ha camminato per l'ultima volta nel 1813.