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    Il passato di Messina rivive, più che nei monumenti, purtroppo cancellati in gran parte da terremoti e guerre, nelle feste tradizionali. Fra queste, la più famosa è quella della Madonna Assunta che si celebra il 15 Agosto di ogni anno con la solenne processione della "Vara", solenne per la grandezza dello spirito che anima la festa e per lo sconfinato amore che il popolo di Messina profonde nel parteciparvi. La festa ha origini antichissime che risalgono al periodo Normanno, quando la Vara era costituita dalla sola statua della Madonna. Fu nel 1535, in occasione dei festeggiamenti per il trionfale ingresso di Carlo V a Messina, che fu costruita la "grande machina" della Vara opera dell'architetto Radese, dalla quale deriva l'attuale apparato festivo. Il Carro dell'Assunta narra simbolicamente la salita al cielo di Maria in anima e corpo, in un progressivo trionfo celebrato da angeli, cherubini e serafini come si puo' evincere dalle opere dei grandi maestri del passato ma anche provenienti dai resoconti dei viaggiatori del Grand Tour (XVIII - XIX sec.) Una tradizione plurisecolare, che unita a quella dei due colossi, Mata e Grifone, è possibile rivivere all'interno della mostra permanente della Vara e dei Giganti allestita nelle sale espositive del Municipio di Messina grazie alla sinergia tra pubblico e privati, tra Amministratori e Cittadini, concretamente devoti alla Protettrice di Messina e legati alle antiche e nobili tradizioni della Città. Oltre al Comune di Messina, la mostra è stata fortemente voluta dal Comitato Vara con il supporto dell'Associazione Amici del Museo di Messina. La Mostra comprende antiche raffigurazioni dell'Assunta, del carro trionfale Messinese, come pure dei due Giganti. Sono opere prodotte in loco insieme ad antiche incisioni di provenienza estera, a riprova dell'attenzione che l'intera Europa riservava alle celebrazioni del nostro "Mezzagosto", i cui apparati celebrativi e la partecipazione popolare suscitano, ancor oggi, emozione, stupore e devozione.

    La mostra è visitabile tutti i giorni, in base ai seguenti orari:

    Lunedi :           8.30-13.00

    Martedi :         8.30-13.00       14.30 - 16.30

    Mercoledi :     8.30-13.00

    Giovedi :       8.30-13.00       14.30-16.30

    Venerdi :      8.30-13.00

    MOSTRA PERMANENTE VARA E GIGANTI, Via Consolato del Mare 6, 98122 Messina

    per informazioni e prenotazioni: Tel. 090 368 9711

    Pagina Facebook: COMITATO VARA DI MARIA SS. ASSUNTA - MESSINA

                               Associazione Amici del Museo di Messina

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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    Borgo Pantano è un progetto integrato di sviluppo etico-sostenibile, avviato poco prima del 2000 da Maria Cannuli attraverso la società Incanti & Memorie, e perseguito oggi dai suoi discendenti.

    Borgo Pantano si trova a circa 6 Km dall’omonimo svincolo dell’autostrada A20 Messina-Palermo. Il borgo si sviluppa su circa 17 ha di superficie ed è composto da una trentina di edifici distribuiti su due schiere che si sviluppano lungo le linee di livello del terreno.Il borgo presenta un’antica stratificazione. La memoria storica degli ultimi abitanti non ci ha aiutati nella ricostruzione del passato, ma alcuni indizi hanno sollevato degli interrogativi sorprendenti. È probabile che, per un istinto di conservazione, alcuni segmenti della storia del territorio siano stati volutamente cancellati e questa ipotesi ha reso il luogo ancora più affascinante.DSC 6942 bisEsso infatti è circondato da un alone di mistero, che pervade tutto  il territorio di un alone mistico ancora in parte da scoprire. Il borgo è una ripresa del sinuoso fondovalle, dove è presente un ricco giardino botanico e un luogo di meditazione immerso nella pace.Le origini si attestano intorno al 1296, anno in cui il monastero delle Suore Latine della Diocesi di Messina si insediò nei fondi di Pantani fino al 1304, quando le suore furono costrette ad abbandonare il sito poiché troppo isolato.Le monache traevano sostentamento dalla coltivazione dell'orto, in particolare dalle erbe officinali spontanee di cui esso era ricco. È probabile che in questa attività siano state incoraggiate e sostenute dalla presenza in un luogo vicino di un eremita, un antico curandero di origine ebraico-spagnola che pare sia stato fondamentale per la conoscenza e la divulgazione delle proprietà terapeutiche erboristiche. Si narra che costui avesse un particolare approccio che combinava elementi medici ed olistici, tenendo presente sia la complessità della natura umana sia l’ambiente dove l’uomo viveva.

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    Nel 1347 la peste nera colpì la città di Messina a bordo di navi genovesi provenienti dalle lontane steppe dell’Asia centrale. Iniziò così l’esodo definitivo a Pantani di una comunità di origine ebraico-spagnola proveniente originariamente dalla città di Pisa, già presente nella città dello stretto dall’anno 1000, che esercitava il commercio e possedeva banchi di pegno. I medici dell'epoca ignoravano la vera causa dell'epidemia, ritenendo che il morbo dipendesse dalla corruzione dell'aria, dai miasmi diffusi dai venti o dalle congiunzioni astrali. Gli unici rimedi che la medicina suggeriva erano la fuga dai luoghi colpiti dalla peste e sovraffollati e il ricorso ai salassi. A Pantani invece le condizioni terapeutiche necessarie erano presenti: l’aria salubre e la vasca necessaria alla terapia dei salassi con l'applicazione delle sanguisughe. La vasca era fornita delle tacche che servivano non solo ad indicare i gradi necessari a calcolare le varie fasi lunari al fine di evitare i collassi dei pazienti che venivano messi a testa in giù, ma anche, vista la posizione ad est, a raccogliere la rugiada sui teli posti sulle aste e inseriti nelle tacche anticipando i principi del Mutus liber, un libro di alchimia del 1677. In questo luogo appartato, si insediò la comunità ebraica, praticando la medicina spagirica in un intreccio tra alchimia ed erboristeria in collegamento con la famosa farmacia storica di Roccavaldina.Nel 1492, con l’editto di espulsione emanato da Ferdinando il Cattolico e Isabella di Castiglia, regnanti di Spagna e di Sicilia, si volle cancellare la presenza ebraica dai domini spagnoli. Il clima di inquisizione che seguì all’editto fa comprendere il motivo per cui si sia gradualmente perduta la memoria e le ragioni per le quali siano stati celati saperi spesso stigmatizzati come eretici che muovevano l’economia fiorente del luogo. Così il borgo si trasformò in maniera graduale in un borgo rurale, dedito principalmente all'agricoltura. Molti marrani però mantennero le loro tradizioni ancestrali, professandosi pubblicamente cattolici ma restando in privato fedeli all'ebraismo.
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    Dagli inizi degli anni Sessanta del XX secolo il polo industriale di Milazzo cominciò a catalizzare i flussi demografici verso la costa e Pantano, che non contava allora più di settantasette abitanti, fu definitivamente abbandonato. Lo spopolamento del borgo, che causò la fine delle produzioni, delle attività, della vita, ha paradossalmente finito per preservarlo, facendone un eccezionale caso di archeologia rurale in Sicilia. Certamente lo stato di abbandono ha comportato negli anni il decadimento del patrimonio edilizio, ma Pantano è rimasta come cristallizzata nel tempo. La totale assenza dell’uomo per oltre tre decenni ha risparmiato il villaggio dagli orrori che altrove hanno deturpato il paesaggio siciliano. In questo piccolo borgo del messinese è possibile - più facilmente che altrove - interpretare un mondo scomparso, comprenderne le logiche, il funzionamento di meccanismi sociali ed economici.

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    Il richiamo delle colline

    Oggi, insieme a quattro amici, abbiamo deciso di visitare un borgo millenario, arroccato tra colline morbide come pane appena sfornato, dove ancora oggi vivono circa quattrocento anime.
    Tra uliveti che sembrano vecchi saggi e vigneti che raccontano storie al vento, si scorge la chiesa madre, fiera e silenziosa, incastonata tra le case come una gemma nel pane di festa.

    Mezzogiorno in piazza

    Le campane battono le dodici: è l’ora del pranzo per gli anziani, che con passo lento e dignitoso lasciano la piazza, come attori che salutano il palcoscenico.
    Nei vicoli si diffonde il profumo della salsa al pomodoro e basilico, denso e avvolgente come un abbraccio di nonna. Il pane di casa, ancora caldo, rapisce i sensi con la sua fragranza rustica, mentre il vino rosso rubino, versato nei bicchieri di vetro spesso, rievoca i brindisi di una volta, quelli fatti con il cuore e senza fretta.

    L’incontro con la memoria

    Poco più avanti, seduta su una sedia impagliata all’ombra di un fico, incontriamo la signora Concetta, novant’anni portati con la grazia di chi ha vissuto mille stagioni.
    Ci invita a sederci, come si fa con gli amici di ritorno da un lungo viaggio. Le sue mani, nodose e gentili, raccontano più delle parole: mani che hanno impastato, cucito, accarezzato generazioni.

    Le feste di una volta

    Con voce roca e occhi lucidi, ci parla delle feste di paese, quando la piazza si riempiva di luci e voci, e le donne preparavano le mpanate con l’agnello, le crispeddi con l’acciuga, e il baccalà arriminato che profumava l’aria come incenso la domenica.
    “Durante la festa di San Giuseppe,” dice, “si metteva la tovaglia più bella, quella ricamata dalla mamma, e si faceva il pane votivo, a forma di cuore, di pesce, di croce. I bambini correvano tra le bancarelle, e i vecchi giocavano a carte sotto il campanile.”

    Ci racconta di quando il paese si vestiva a festa anche senza soldi, perché bastava un sorriso, una chitarra, e un piatto condiviso per sentirsi ricchi.
    “Il segreto è la condivisione,” ci sussurra, “come si faceva una volta, quando si cucinava per chi passava, senza chiedere nulla.”

    Il dono e il ritorno

    Copilot 20251004 214845Prima di salutarci, ci regala una ricetta scritta a mano, macchiata di sugo e memoria: la sua caponata, “quella vera”, con le melanzane fritte e il tocco di cacao amaro, “perché la vita è dolce, ma deve avere un po’ di fondo.”Nel borgo il tempo non si è fermato: ha semplicemente scelto di camminare piano. Ogni angolo è una carezza, ogni odore una memoria, ogni sguardo una promessa di ritorno.

     

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