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    Novara di Sicilia, uno dei borghi siciliani «più belli d´Italia». Il borgo di Novara si presenta con una caratteristica costruttiva medievale, con strade acciottolate e una trama di vicoli ornati da archi, chiese lussuose ed eleganti palazzi decorati. La pietra arenaria locale, usata per le costruzioni civili ma soprattutto per l´architettura religiosa, impreziosita da decorazioni in cipollino, una pietra marmorea rossa, sapientemente scolpita dall´arte degli scalpellini. Nella seconda metà di febbraio è interamente dedicata alla preparazione del "Torneo del maiorchino", formaggio pecorino stagionato simbolo di questo paese. Questo torneo consiste nel lancio del maiorchino utilizzando una corda lunga 3 mt. circa lungo la via principale del borgo. Da alcuni testi si narra che le origini del torneo si aggirano al 1600 circa con le stesse regole di allora.

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    L’Università di Messina, composto il dissidio con i gesuiti e vinte le discordie con Catania, inizia la sua attività nella seconda metà del 500. Primo lettore di medicina fu Gianbattista Cortesi il quale, secondo l’uso di allora, certamente insegnava anche i semplici che tuttavia non dovevano costituire il suo forte; cosa che si deduce anche da due sue opere pubblicate nel 1625 e nel 1629. Il Cortesi morì nel 1634 ed il senato di Messina chiamò nello stesso anno il romano Pietro Castelli che era stato richiesto contemporaneamente anche dall’università di Padova in qualità di Prefetto dell’Orto. Ma il Castelli preferì Messina, forse per la paga più elevata; era l’epoca in cui l’Università di Messina contendeva il primato alle più importanti Università italiane e straniere. 

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    Pianta dell'antico Orto Botanico

     

    Pietro Castelli, discepolo di Cesalpino era stato direttore degli Orti farnesiani di Roma e quindi, appena giunto a Messina, si premurò di sollecitare l’impianto di un Orto Botanico che allora era inteso particolarmente come collezione di piante medicinali. Egli stesso dice: < Arrivato che qui fui, considerando quanto era necessario l’Horto de’ semplici… ne feci più volte istanza all’Ill.mo Senato; finalmente mi fu consegnato il fosso fuori delle mura, tra i due ponti, lungo canne 72 et largo 24 et oltre il ponte canne¹ 200…>.

    Nel 1638 viene decretato dunque la fondazione del più antico Orto Botanico della Sicilia e di uno dei più antichi Orto Botanici del mondo. I documenti più antichi di cui abbiamo notizia risalgono all’11 agosto 1638 e riguardano la paga anticipata di 100 onze per lavori murari. Nel 1639 si iniziano le colture ed in breve lasso di tempo questo Orto Botanico diventa un vero gioiello secondo le testimonianze dell’epoca. Il Castelli vi raccolse specie siciliane e specie esotiche grazie ad una organizzata rete di corrispondenti. La ricchezza di quest’orto si rivela meglio da una lettera che lo stesso Castelli scrisse a Domenico Panaroli. La descrizione dà un ‘idea della organizzazione e della ricchezza dell’antico Orto Botanico messinese al quale era annessa anche una scuola, un laboratorio ed un Museo. Quest’orto botanico aveva pianta rettangolare ed era suddiviso in quattordici settori ciascuno dei quali si divideva a sua volta in numerose aiuole. A parte le numerose specie esotiche introdotte, molte delle quali coltivate per la prima volta, uno degli aspetti più originali dell’Hortus messanensis è costituito dal criterio con il quale il Castelli raggruppò le varie specie nei quattordici settori, criterio che rivela anche le sue idee scientifiche in fatto di Botanica. Sebbene largamente influenzato dal suo maestro Cesalpino cerca di riunire sul terreno le varie specie di piante secondo un criterio di parentela che egli deduce dalle caratteristiche dei frutti e delle infruttescenze; elabora così un proprio sistema di classificazione delle piante. Il 7 luglio 1661 Pietro Castelli muore ed a succedergli il senato messinese chiama Marcello Malpighi, su consiglio del celebre Borelli. Quest’ultimo si trattenne a Messina fino al 1666, poi i suoi successori si fermarono al 1674, anno in cui iniziò la rivolta dei messinesi contro il dominio spagnolo. La rivolta si protrae sino al 1678 e Messina alla fine cede e subisce il ritorno degli spagnoli. Essi cercano di deprimere con ogni mezzo i messinesi e l’Università. A questa lotta contro la cultura non risparmiarono neanche il famoso Orto Botanico che in segno di spregio fu utilizzato come pascolo per i cavalli e come campo di coltivazione di bietole. Si racconta che poco prima del terribile sisma del 1908 era possibile vedere qualche pianta insolita nei terreni abbandonati, laddove oltre due secoli prima aveva brillato l’antico orto botanico di Messina.

     

    ¹ La canna è un'antica unità di misura italiana

    Bibliografia di Aldo Merola

     

     

     

     

     

     

     

     

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    Argentieri e orafi di Messina: una storia di otto secoli tra sbalzo, fuoco e identità

    C'è una via di Messina che porta ancora il nome di chi la abitava. Una strada stretta, parallela al Duomo, dove per secoli il profumo di borrace e resine si mescolava con il rumore sordo del martelletto sull'incudine. Era la via degli Orefici. Oggi quella voce non si sente più, eppure — se sapete dove cercare — il fuoco degli argentieri messinesi non si è mai spento.

    UN MESTIERE ANTICO QUANTO L'IMPERO

    Bisogna risalire all'anno 1218 per trovare la prima traccia documentata di un orafo messinese. Si chiamava Perrone Malamorte — un nome che suona quasi leggendario — ed era l'artefice prediletto di Federico II di Svevia, il re che governava l'universo dal Palazzo di Palermo e guardava al Mediterraneo come a un'unica, sconfinata bottega. Perrone lavorò per lui una croce processionale destinata al Duomo di Messina, in lamina d'argento dorato, cesellata a sbalzo con una maestria tale da guadagnargli un premio straordinario: l'imperatore gli donò un intero casale, quello di Dricino nella piana di Milazzo. Non una somma di denaro, non un titolo onorifico: una terra. Il riconoscimento più concreto e duraturo che un sovrano medievale potesse concedere.

    Questo episodio ci dice qualcosa di importante che i libri di storia spesso sorvolano: a Messina, nel Medioevo, il lavoro dei metalli preziosi non era considerato un mestiere minore. Era arte, era diplomazia, era potere. L'argentiere che forgiava la croce del re forgiava anche il suo stesso futuro.

    IL SEICENTO: TRECENTO BOTTEGHE E UNA CITTÀ CHE SPLENDEVA

    Il momento di massima gloria arrivò quattro secoli dopo. Nel Seicento, Messina contava ben trecento botteghe di orafi e argentieri concentrate in un'unica arteria urbana, tanto che quella strada prese il loro nome e lo mantiene ancora oggi. Non era un distretto artigianale nel senso moderno del termine: era qualcosa di più simile a una piccola capitale europea dell'oreficeria, con proprie gerarchie, propri segreti di lavorazione, propri riti corporativi.

    Nel 1685, in occasione dei festeggiamenti per la Patrona, la Madonna della Lettera, gli orafi e argentieri messinesi allestirono lungo tutta la via addobbi di una bellezza che le cronache dell'epoca faticarono a descrivere senza ricorrere all'iperbole: torri d'argento, templi in miniatura, statue di metallo prezioso, cascate di diamanti, topazi, smeraldi, rubini e coralli. Non oggetti in vendita. Una dichiarazione d'identità collettiva. La città che voleva mostrarsi al mondo sceglieva di farlo attraverso il lavoro delle proprie mani.

    Di quegli anni straordinari resta, tra i tanti capolavori dispersi, la memoria di un'opera particolarmente commovente: un'alzata da tavola alta sessanta centimetri, opera del messinese Giuseppe D'Angelo, in argento massiccio, che riproduceva fedelmente la cinquecentesca Fontana Orione di Piazza Duomo. Un argentiere che omaggiava la sua città scolpendola nel metallo. L'opera fu avvistata per l'ultima volta nel 1990, quando passò all'asta da Christie's a New York. Da allora, silenzio.

    IL TERREMOTO E IL FILO CHE NON SI SPEZZÒ

    Il 28 dicembre 1908 seppellì sotto le macerie gran parte di quello che Messina aveva costruito in secoli. Novantamila morti, una città rasa al suolo, una civiltà urbana costretta a ricominciare. Per molti mestieri tradizionali, fu la fine. Per l'oreficeria messinese, fu una pausa.

    La differenza non è da poco. Il mestiere dell'argentiere — a differenza di molte altre arti legate agli edifici, ai mercati, alle corporazioni fisiche — viaggiava nelle mani. Le tecniche si tramandavano da maestro ad apprendista, da padre a figlio, con un sistema di apprendimento talmente personale e corporeo che nessun terremoto avrebbe potuto cancellarlo del tutto. Coloro che sopravvissero portarono con sé il sapere. E Messina, lentamente, tornò ad avere le sue botteghe.

    OGGI: IL FUOCO BASSO DELLE BOTTEGHE CHE RESTANO

    Chi passeggia per il centro di Messina con un occhio attento può ancora trovare i segni di questa continuità. Non sono vetrine sfavillanti: sono botteghe dove la luce è calda, gli strumenti hanno decenni di vita, e il titolare lavora con quella concentrazione silenziosa che appartiene solo a chi conosce il proprio mestiere fino in fondo.

    Tra i nomi che hanno tenuto viva la tradizione, la famiglia Lo Presti porta avanti dal 1948 un'attività orafa fondata sulle basi gettate dal capostipite Gaetano, già attivo negli anni Venti del Novecento. È una continuità che attraversa quattro generazioni e un intero secolo di storia messinese. Poco lontano, in via Dogali, Francesco Cosio lavora dal 1989 con la tecnica della fusione a cera persa — una delle più antiche tecnologie del lavoro orafo, risalente all'Età del Bronzo — reinterpretando nelle sue creazioni i simboli e le tradizioni della Sicilia. In via Ugo Bassi, lo studio Alvaro & Correnti sceglie invece un dialogo tra il passato e la classicità: oro puro accostato a bronzo e argento brunito, gemme incise, un immaginario che attinge alla Magna Grecia messinese.

    Artigiani diversi per approccio e sensibilità, accomunati da una scelta che in un'epoca dominata dalla produzione industriale di massa ha quasi il sapore della resistenza civile: fare ogni pezzo a mano, uno alla volta, con il nome e la storia di Messina impressi nel metallo quanto la firma dell'artefice.

    UN PATRIMONIO CHE ASPETTA DI ESSERE VISTO

    Il problema degli argentieri messinesi di oggi non è la mancanza di qualità. È la mancanza di visibilità. Il turista che arriva a Messina — quando arriva — passa quasi sempre per il Duomo, sale sulla Colonna della Lettera, prende il traghetto. Raramente qualcuno gli dice che in quelle strade c'è ancora chi forgia l'argento con le stesse tecniche che usavano i maestri del Seicento.

    Eppure le chiese del territorio conservano un patrimonio di argenteria sacra di rara qualità: il Tesoro della Cattedrale custodisce la celebre Manta d'oro del 1661, il Braccio reliquiario di San Marziano del 1180, manufatti che non hanno nulla da invidiare ai grandi tesori ecclesiastici europei. A Castroreale, la Pinacoteca di Santa Maria degli Angeli raccoglie una significativa raccolta di argenterie sacre messinesi. Sono opere ferme dietro le vetrine, spesso poco illuminate e quasi mai raccontate.

    InsideMessina crede che raccontarle sia un atto necessario — non di nostalgia, ma di consapevolezza. Conoscere chi siamo stati aiuta a capire chi siamo. E forse, chi potremmo ancora essere.

     

    Conosci un maestro argentiere o orafo messinese che merita di essere raccontato?

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    Dopo la caduta di Troia nell’anno 1183 a.c., i Greci superstiti abbandonarono la loro terra guidati da Enea, durante il lungo viaggio un eroico uomo di nome Patrone e i suoi seguaci, si separò da Enea. Sbarcarono in Sicilia sul lato tirrenico, si stabilirono in un luogo ricco d'acqua.Di seguito fecero costruire un castello chiamato Turiano, attorno al quale si insediò il primo nucleo abitativo, che divenne in seguito Alcara. Questi popoli continuarono a mantenere i loro costumi ed i loro culti anche nei territori colonizzati. Oggi ad Alcara Li Fusi precisamente il 24 giugno viene celebrata la Festa del Muzzuni definita la festa popolare più antica d’Italia, è una festa pagana con riti risalenti alla civiltà ellenica, eredità di un antico rito legato al mondo contadino. Il rito propiziatorio alla fertilità della terra è anche un inno alla natura, all'amore e alla giovinezza.Il termine muzzuni sembra che faccia riferimento alla brocca mozzata quindi priva di collo, o al grano falciato e raccolto in fascioni detto mazzuna , o addirittura a San Giovanni decollato con la testa mozzata.  Gli angoli del paese più caratteristici vengono preparati per accogliere gli altarini sui quali verrà posto u Muzzuni. Attorno ad essi, sulle pareti, sui balconi e sulla strada, vengono esposte le "pizzare" tipici tappeti di tessuti realizzati con l'antico telaio a pedale utilizzando ritagli di stoffa. Sulle “pizzare”, distribuite intorno all'altarino, vengono poggiati i piatti con "i Laureddi" con grano fatto germogliare al buio che rappresentano l’umile mondo contadino il tutto animato con musiche e canti popolari.

     

     

    Fonte: Opuscolo a cura dell'Assessorato BB.CC & Turismo di  A. Nania

    Foto da Wikipedia 

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