Nello Stretto più stretto del mondo, un uomo saliva su un'antenna alta trenta metri e guardava negli occhi il pesce spada. Questa è la storia di una caccia che non esiste più da nessun'altra parte.
Ci sono mattine di giugno in cui lo Stretto di Messina si fa piatto come uno specchio d'olio. L'acqua scura — quel blu quasi nero che i pescatori chiamano il turchino — non tradisce nulla. Eppure sotto la superficie, risalendo dalla profondità del Canale di Sicilia verso il Tirreno, passano i Xiphias gladius: i pesci spada. Massicci, veloci, solitari. Li seguono da millenni.
Per cacciarli, i messinesi inventarono una delle imbarcazioni più singolari del Mediterraneo: la feluca, o luntro nel dialetto locale. Un'architettura impossibile, quasi visionaria — una barca su cui si erge un albero-antenna che può superare i trenta metri di altezza, con una passerella a prua lunga altrettanto, protesa sull'acqua come la lingua di un gigante.
InsideMessina va a raccontare questa caccia antica.
L'antenna e il baleniere: una geometria del cielo
La feluca messinese non assomiglia a niente altro che esista nel mondo della pesca. Osservata da lontano, si direbbe un errore di prospettiva — una barca normale a cui qualcuno ha attaccato un traliccio telefonico. Da vicino, è qualcosa di più inquietante e bello: una macchina da guerra concepita per l'asimmetria totale.
Sull'antenna — il palo — sale il luntristeri, il vedettiere. Il suo compito è semplice: stare lassù per ore, dondolando con il moto del mare, e aspettare. Aspettare il lampo oscuro di un pesce spada che risale verso la superficie. Quando lo vede, urla la direzione al timoniere in basso. Ogni ordine è in un dialetto greco-siculo antico, una lingua tecnica incomprensibile ai non iniziati — un codice che ha attraversato indenne secoli di dominazioni.
Sulla passerella di prua, chiamata antenna di pesca, attende il rampioniere. È lui che lancia l'arpione al momento giusto — quel momento che arriva in un istante e poi è già passato.
Una tradizione che viene da Omero
I Greci che fondarono Messana conoscevano il pesce spada. Aristotele ne descrive il comportamento migratorio con una precisione che stupisce ancora oggi. Oppiano di Anazarbo, poeta greco del II secolo d.C., nel suo Halieutica — un poema dedicato interamente alla pesca — descrive la caccia con l'arpione nello Stretto con versi che suonano come una cronaca diretta.
« Lo spada risale da solo, maestoso, indifferente a tutto ciò che non sia il passaggio. È questa sua solitudine, dicono i vecchi, che lo rende cacciabile. Un banco di tonni si difende insieme. Il pesce spada si difende da solo — e quindi perde. »
Questa nota — raccolta da Letterio Di Francia tra i pescatori di Ganzirri nei primi del Novecento — condensa la filosofia di una caccia che per due millenni ha formato l'identità stessa di Messina come città di mare.
Il rituale della chiamata: la lingua segreta dello Stretto
C'è un aspetto della pesca al pesce spada che nessun libro di folklore ha mai spiegato del tutto: il canto.
Quando la feluca si avvicina alla preda e il rampioniere si prepara a lanciare, i marinai cominciano a cantare — o meglio, a chiamare il pesce in greco antico. La tradizione vuole che il pesce spada, animale di intelligenza superiore e diffidente verso gli esseri umani, si avvicini incuriosito se sente parlare greco. Se percepisce voci in italiano, fugge.
Che sia vero o meno — e gli etologi marini hanno suggerito che ci possa essere una base reale nella risposta del pesce a certi registri sonori — il fatto che questa pratica sia sopravvissuta fino agli anni Ottanta del Novecento dice tutto sulla profondità del legame tra Messina e la sua grecità sotterranea.
Lo Stretto come trampolino: la biologia di una migrazione
Capire la pesca al pesce spada messinese significa capire prima di tutto cosa sia lo Stretto di Messina come sistema biologico.
Lo Stretto non è semplicemente il punto più stretto tra Sicilia e Calabria. È una macchina idrografica eccezionale, forse unica nel Mediterraneo. Le correnti opposte — la corrente di superficie che scorre verso nord e quella profonda che scorre verso sud — si scontrano e si intrecciano creando upwelling, risalite di acque fredde e nutrienti dal fondo. Questo trasforma lo Stretto in un ecosistema di straordinaria produttività: ogni anno, a maggio e giugno, pesci spada e tonni lo attraversano in migrazione, sfidando le correnti.
Per secoli, i pescatori messinesi hanno sfruttato questa finestra temporale con una precisione che era al tempo stesso scienza empirica e liturgia stagionale.
Il declino silenzioso: il Novecento e la motobarca
La feluca tradizionale — quella con l'antenna lunga trenta metri e il vedettiere che cantava in greco — cominciò a scomparire nei decenni del dopoguerra. Le ragioni sono molteplici e si intrecciano.
Primo: la motorizzazione. Le barche a motore permettono velocità maggiori e costi operativi inferiori, ma le feluke tradizionali erano costruite in legno e concepite per la propulsione a vela — lente, silenziose, capaci di avvicinarsi alla preda senza spaventarla. Il motore risolve un problema e ne crea un altro.
Secondo: la riduzione degli stock ittici. Il pesce spada nel Mediterraneo è oggi una specie monitorata e parzialmente protetta. Le grandi migrazioni che attraversavano lo Stretto con regolarità quasi calendariale sono diventate più rare e meno prevedibili.
Terzo, e forse più profondo: la scomparsa del sapere incorporato. La pesca alla feluca era un mestiere trasmesso di padre in figlio, con un apprendistato che durava anni. Quando i giovani hanno smesso di salire sull'antenna, quella trasmissione si è interrotta — e nessuna scuola di pesca può insegnare quello che si impara dondolando a trenta metri sul mare.
Ganzirri e Torre Faro: gli ultimi custodi
Tra Ganzirri e Torre Faro, nelle piccole comunità lacustri che ancora oggi conservano una memoria diretta della pesca artigianale, si trovano ancora famiglie i cui nonni erano luntriteri. Il Museo della Pesca di Ganzirri — piccolo, prezioso, poco frequentato dai turisti — conserva alcuni attrezzi originali: rampioni, arpioni, e frammenti di una passerella di feluca.
Alcuni anziani ricordano ancora le mattine d'estate in cui le feluke uscivano in gruppo all'alba, con il mare ancora viola, e l'antenna si stagliava contro il cielo chiaro come una croce laica.
« Mio padre diceva che quando vedeva il pesce spada da lassù si sentiva più alto del mare. Era lui quello in alto, non il pesce. Poi il pesce moriva e lui ridiscendeva. »
— Salvatore, 78 anni, figlio di un rampioniere di Torre Faro
Cosa resta oggi
La feluca nella sua forma originale non esiste più come strumento di pesca attivo. Ne rimangono alcune, restaurate o parzialmente ricostruite, come testimonianza museale. La pesca al pesce spada continua nello Stretto — ma con barche diverse, antenne più corte, tecnologie sonar che sostituiscono lo sguardo umano dall'alto.
Qualcosa però resiste. Il Palio della Feluca, la regata storica che si tiene ogni estate nello Stretto, riporta in acqua imbarcazioni ricostruite secondo i modelli originali. Non è nostalgia: è memoria attiva, il tentativo di tenere vivo un sapere prima che svanisca del tutto.
E ogni giugno, nelle mattine di bonaccia quando lo Stretto si fa piatto e turchino, i vecchi pescatori di Ganzirri guardano ancora l'acqua con quella stessa attenzione obliqua, come se stessero cercando qualcosa che non c'è più — o che forse è ancora lì, sotto la superficie, in attesa che qualcuno torni a cantargli in greco.
Testi e ricerche: InsideMessina
Fonti: Archivio storico della Pesca messinese; Oppiano di Anazarbo, Halieutica (II sec. d.C.); Letterio Di Francia, Tradizioni popolari messinesi (1904)
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