Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Argentieri e orafi di Messina: una storia di otto secoli tra sbalzo, fuoco e identità

C'è una via di Messina che porta ancora il nome di chi la abitava. Una strada stretta, parallela al Duomo, dove per secoli il profumo di borrace e resine si mescolava con il rumore sordo del martelletto sull'incudine. Era la via degli Orefici. Oggi quella voce non si sente più, eppure — se sapete dove cercare — il fuoco degli argentieri messinesi non si è mai spento.

UN MESTIERE ANTICO QUANTO L'IMPERO

Bisogna risalire all'anno 1218 per trovare la prima traccia documentata di un orafo messinese. Si chiamava Perrone Malamorte — un nome che suona quasi leggendario — ed era l'artefice prediletto di Federico II di Svevia, il re che governava l'universo dal Palazzo di Palermo e guardava al Mediterraneo come a un'unica, sconfinata bottega. Perrone lavorò per lui una croce processionale destinata al Duomo di Messina, in lamina d'argento dorato, cesellata a sbalzo con una maestria tale da guadagnargli un premio straordinario: l'imperatore gli donò un intero casale, quello di Dricino nella piana di Milazzo. Non una somma di denaro, non un titolo onorifico: una terra. Il riconoscimento più concreto e duraturo che un sovrano medievale potesse concedere.

Questo episodio ci dice qualcosa di importante che i libri di storia spesso sorvolano: a Messina, nel Medioevo, il lavoro dei metalli preziosi non era considerato un mestiere minore. Era arte, era diplomazia, era potere. L'argentiere che forgiava la croce del re forgiava anche il suo stesso futuro.

IL SEICENTO: TRECENTO BOTTEGHE E UNA CITTÀ CHE SPLENDEVA

Il momento di massima gloria arrivò quattro secoli dopo. Nel Seicento, Messina contava ben trecento botteghe di orafi e argentieri concentrate in un'unica arteria urbana, tanto che quella strada prese il loro nome e lo mantiene ancora oggi. Non era un distretto artigianale nel senso moderno del termine: era qualcosa di più simile a una piccola capitale europea dell'oreficeria, con proprie gerarchie, propri segreti di lavorazione, propri riti corporativi.

Nel 1685, in occasione dei festeggiamenti per la Patrona, la Madonna della Lettera, gli orafi e argentieri messinesi allestirono lungo tutta la via addobbi di una bellezza che le cronache dell'epoca faticarono a descrivere senza ricorrere all'iperbole: torri d'argento, templi in miniatura, statue di metallo prezioso, cascate di diamanti, topazi, smeraldi, rubini e coralli. Non oggetti in vendita. Una dichiarazione d'identità collettiva. La città che voleva mostrarsi al mondo sceglieva di farlo attraverso il lavoro delle proprie mani.

Di quegli anni straordinari resta, tra i tanti capolavori dispersi, la memoria di un'opera particolarmente commovente: un'alzata da tavola alta sessanta centimetri, opera del messinese Giuseppe D'Angelo, in argento massiccio, che riproduceva fedelmente la cinquecentesca Fontana Orione di Piazza Duomo. Un argentiere che omaggiava la sua città scolpendola nel metallo. L'opera fu avvistata per l'ultima volta nel 1990, quando passò all'asta da Christie's a New York. Da allora, silenzio.

IL TERREMOTO E IL FILO CHE NON SI SPEZZÒ

Il 28 dicembre 1908 seppellì sotto le macerie gran parte di quello che Messina aveva costruito in secoli. Novantamila morti, una città rasa al suolo, una civiltà urbana costretta a ricominciare. Per molti mestieri tradizionali, fu la fine. Per l'oreficeria messinese, fu una pausa.

La differenza non è da poco. Il mestiere dell'argentiere — a differenza di molte altre arti legate agli edifici, ai mercati, alle corporazioni fisiche — viaggiava nelle mani. Le tecniche si tramandavano da maestro ad apprendista, da padre a figlio, con un sistema di apprendimento talmente personale e corporeo che nessun terremoto avrebbe potuto cancellarlo del tutto. Coloro che sopravvissero portarono con sé il sapere. E Messina, lentamente, tornò ad avere le sue botteghe.

OGGI: IL FUOCO BASSO DELLE BOTTEGHE CHE RESTANO

Chi passeggia per il centro di Messina con un occhio attento può ancora trovare i segni di questa continuità. Non sono vetrine sfavillanti: sono botteghe dove la luce è calda, gli strumenti hanno decenni di vita, e il titolare lavora con quella concentrazione silenziosa che appartiene solo a chi conosce il proprio mestiere fino in fondo.

Tra i nomi che hanno tenuto viva la tradizione, la famiglia Lo Presti porta avanti dal 1948 un'attività orafa fondata sulle basi gettate dal capostipite Gaetano, già attivo negli anni Venti del Novecento. È una continuità che attraversa quattro generazioni e un intero secolo di storia messinese. Poco lontano, in via Dogali, Francesco Cosio lavora dal 1989 con la tecnica della fusione a cera persa — una delle più antiche tecnologie del lavoro orafo, risalente all'Età del Bronzo — reinterpretando nelle sue creazioni i simboli e le tradizioni della Sicilia. In via Ugo Bassi, lo studio Alvaro & Correnti sceglie invece un dialogo tra il passato e la classicità: oro puro accostato a bronzo e argento brunito, gemme incise, un immaginario che attinge alla Magna Grecia messinese.

Artigiani diversi per approccio e sensibilità, accomunati da una scelta che in un'epoca dominata dalla produzione industriale di massa ha quasi il sapore della resistenza civile: fare ogni pezzo a mano, uno alla volta, con il nome e la storia di Messina impressi nel metallo quanto la firma dell'artefice.

UN PATRIMONIO CHE ASPETTA DI ESSERE VISTO

Il problema degli argentieri messinesi di oggi non è la mancanza di qualità. È la mancanza di visibilità. Il turista che arriva a Messina — quando arriva — passa quasi sempre per il Duomo, sale sulla Colonna della Lettera, prende il traghetto. Raramente qualcuno gli dice che in quelle strade c'è ancora chi forgia l'argento con le stesse tecniche che usavano i maestri del Seicento.

Eppure le chiese del territorio conservano un patrimonio di argenteria sacra di rara qualità: il Tesoro della Cattedrale custodisce la celebre Manta d'oro del 1661, il Braccio reliquiario di San Marziano del 1180, manufatti che non hanno nulla da invidiare ai grandi tesori ecclesiastici europei. A Castroreale, la Pinacoteca di Santa Maria degli Angeli raccoglie una significativa raccolta di argenterie sacre messinesi. Sono opere ferme dietro le vetrine, spesso poco illuminate e quasi mai raccontate.

InsideMessina crede che raccontarle sia un atto necessario — non di nostalgia, ma di consapevolezza. Conoscere chi siamo stati aiuta a capire chi siamo. E forse, chi potremmo ancora essere.

 

Conosci un maestro argentiere o orafo messinese che merita di essere raccontato?

Scrivici su insidemessina.it — le storie migliori nascono da chi le vive.

 

Commenta (0 Commenti)

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva

Storie antiche nel territorio messinese: cenni storici, condizioni attuali e proposte per la promozione

a cura di Insidemessina

Esiste una Messina che non si consegna facilmente allo sguardo del passante. Non si svela lungo il Viale San Martino né sulle banchine del porto traghetti. Si nasconde tra le anse delle fiumare peloritane, respira nelle mura di calcare normanno, sopravvive nei nomi di quartieri che pochissimi sanno ancora decifrare. È la Messina stratificata — quella che ogni civiltà del Mediterraneo ha attraversato lasciando qualcosa di sé — e che ancora aspetta, paziente, di essere reintegrata nella coscienza collettiva di chi la abita.

Greci, romani, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli: ciascuno ha impresso il proprio sigillo su questo territorio di confine, questo lembo di Sicilia che si sporge verso la Calabria e da sempre funziona da cerniera tra il Tirreno e lo Ionio, tra Oriente e Occidente. La sfida oggi non è soltanto culturale ma civica: restituire ai messinesi la consapevolezza di abitare uno dei territori più densi di storia dell'intero Meridione.

I. La Badiazza: una fortezza dello spirito

Alle pendici dei colli San Rizzo, lungo il letto del torrente omonimo, sorge uno degli edifici più singolari della Sicilia medievale: la chiesa di Santa Maria della Valle, che i messinesi chiamano semplicemente la Badiazza. L'appellativo rimanda all'originaria funzione monastica del complesso, probabilmente basilian prima ancora che cistercense, poi benedettino — una successione di carismi religiosi che riflette le trasformazioni politiche e spirituali di quasi mille anni.

L'impianto attuale risale all'età normanna, ma la tradizione ne proietta le radici assai più indietro. Ciò che colpisce, osservando la struttura ancora oggi, è il carattere ibrido della sua architettura: la copertura a cupola sugli archi ogivali che rinvia alla tradizione islamica-normanna, le crociere costolonate di ascendenza sveva, il santuario che richiama quelli analoghi delle cattedrali di Palermo e Monreale. Un edificio che è, in miniatura, l'intera storia della Sicilia medievale.

Nel 1168 il re normanno Guglielmo II elevò la chiesa a Cappella Reale, conferendo alla sua badessa il privilegio straordinario di liberare ogni anno un condannato a morte — un gesto che dice molto dell'importanza simbolica e spirituale attribuita al luogo. La struttura, rafforzata da merlature che la fanno assomigliare più a un fortilizio che a un tempio, assolse per secoli anche funzioni difensive, tanto che gli storici parlano di essa come di una ecclesia munita.

Poi vennero le sciagure. L'assedio delle truppe angioine, la grande pestilenza del 1347 — che costrinse le monache ad abbandonare definitivamente l'edificio — le alluvioni ripetute che nei secoli interrarono progressivamente gli interni. La Badiazza scivolò nell'oblio, restando per lunghi decenni accessibile soltanto a qualche studioso e a camminatori avventurosi.

Lo stato attuale: un cantiere che fa sperare

La storia recente del cantiere di restauro è, in miniatura, la storia di come l'Italia gestisce il proprio patrimonio: lenta, farraginosa, ma a tratti capace di slanci sorprendenti. La Soprintendenza ai Beni Culturali di Messina ha aggiudicato i lavori nel 2021, dopo un concorso di progettazione in due fasi — una prima assoluta in Sicilia per questa tipologia di procedura — e consegnato il cantiere nel giugno del 2022 alla ditta Aemme S.r.l. di Favara, per un importo complessivo di oltre 1,2 milioni di euro provenienti dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2014-2020.

I lavori prevedono il consolidamento strutturale delle navate, la ricostruzione della cupola mancante sul transetto e la sistemazione ambientale degli spazi esterni. La data di conclusione, inizialmente fissata al giugno 2024, ha subito uno slittamento per effetto di una variante in corso d'opera e di una temporanea interruzione dei pagamenti all'impresa esecutrice — problema poi risolto dalla Regione siciliana. A ottobre 2024, una fiaccolata notturna organizzata dall'associazione 'I Custodi della Rinascita' ha acceso i riflettori sull'iter ancora incompiuto; la soprintendente Mirella Vinci ha confermato la ripresa dei lavori e l'imminente consegna.

La Badiazza ha raggiunto il 42° posto nella classifica nazionale dei 'Luoghi del Cuore' promossa dal FAI nel 2019, con oltre novemila preferenze, risultando prima in assoluto tra i beni della provincia messinese. Un segnale inequivocabile di quanto questo luogo sia sentito dalla comunità.

II. La Real Cittadella: il simbolo conteso

Pochi luoghi del territorio messinese incarnano meglio della Real Cittadella la complessità della storia meridionale: un monumento che è stato al tempo stesso capolavoro di ingegneria militare, strumento di repressione politica, oggetto di odio popolare e — paradossalmente — vittima del terremoto che avrebbe dovuto giustificarne la demolizione definitiva.

Progettata dall'architetto fiammingo Carlo Grunemberg su incarico del Vicerè spagnolo Principe di Ligne, la Cittadella fu edificata tra il 1679 e il 1682 nell'area della Zona Falcata, con accesso diretto sullo Stretto. La scelta del sito non era casuale: la nuova fortezza colmava una lacuna evidente nel sistema difensivo della città, garantendo un presidio autonomo capace di resistere agli attacchi via mare indipendentemente dalla sorte del centro abitato.

La pianta pentagonale con baluardi a freccia — tipica dell'architettura militare cinquecentesca — e la rapidità costruttiva (l'opera fu completata in soli quattro anni) testimoniano l'eccezionale competenza di Grunemberg, che ne fece il suo capolavoro siciliano. Lo stendardo fu issato il 6 novembre 1683, mentre due anni prima era già stata incisa sulla Porta Grazia l'iscrizione che il conte di Santo Stefano, Francesco Benavides, volle porre accanto al nome di Carlo II di Spagna.

Ma la Cittadella fu anche altro: prigione dei dissenzienti, 'eterno freno dei malcontenti' secondo i suoi sostenitori, 'infame' per il popolo che la subiva. Vi furono rinchiusi patrioti messinesi nel 1821 e nel 1848, e il naturalista francese Dolornieu vi trascorse la prigionia nel 1798. Quando Messina insorse nel 1848, i cannoni della Cittadella — rimasta in mano all'esercito borbonico — bombardarono per otto mesi la città, procurando al re Ferdinando II il soprannome di 're Bomba'. Quel trauma non fu mai del tutto elaborato.

Un patrimonio ancora incompiuto

Oggi la Cittadella è accessibile e parzialmente fruibile, inserita nei circuiti delle Vie dei Tesori e oggetto di eventi culturali periodici. Eppure la sua valorizzazione piena resta incompiuta: mancano percorsi didattici permanenti, una musealizzazione adeguata e una narrazione che sappia restituire tutta la complessità del sito — non soltanto il dato storico-architettonico, ma anche la memoria delle violenze e delle resistenze che qui si consumarono.

III. Lo Stretto come crocevia: Messina e la storia mondiale

C'è una tendenza, diffusa e un po' inconsapevole, a considerare Messina come una città di passaggio — un luogo di transito tra la Sicilia e il Continente. Eppure, a guardare bene la cronologia, il ruolo di Messina nella storia europea e mediterranea è stato tutt'altro che marginale.

Nell'ottobre del 1347 le navi genovesi provenienti da Caffa, nel Mar Nero, scaricarono nel porto messinese un carico invisibile e letale: il morbo che avrebbe preso il nome di 'peste nera'. I messinesi scacciarono le navi quando capirono il pericolo, ma era già troppo tardi. Da Messina l'epidemia irradiò verso il resto dell'Europa, causando nei tre anni successivi la morte di almeno un terzo della popolazione del continente — la più grave catastrofe demografica della storia umana prima del Novecento. Il Decameron di Boccaccio prende avvio proprio da questo contagio.

Nel 1548, Ignazio di Loyola fondò a Messina il primo Collegio della Compagnia di Gesù al mondo, il Messanense Collegium Prototypum Societatis Iesu: un istituto destinato a diventare il modello per tutti gli altri collegi gesuiti che si sarebbero diffusi nei secoli successivi in ogni continente, facendo dell'insegnamento la vocazione caratteristica dell'ordine. Da quel primo esperimento messinese nacque, nel tempo, l'Università degli Studi di Messina.

Nel 1571, dal porto peloritano partì la flotta cristiana agli ordini di Don Giovanni d'Austria che avrebbe sconfitto i Turchi nella battaglia di Lepanto — la più grande battaglia navale del Cinquecento. Al rientro, la flotta vittoriosa fece di Messina la sua prima tappa di celebrazione. Tra i combattenti messinesi si distinse fra Pietro Giustiniani da Messina, cavaliere di Malta.

E ancora: nel 1847, nelle piazze del centro storico messinese si accese la scintilla che avrebbe dato avvio alla Primavera dei Popoli, quel ciclo rivoluzionario che nel 1848 scosse tutta l'Europa. La rivolta messinese precedette di mesi quella palermitana, spesso indicata come punto di partenza del moto risorgimentale siciliano.

Questi non sono aneddoti. Sono episodi che collocano Messina al centro della storia europea in momenti decisivi. Una città che ha ospitato la più devastante epidemia di sempre, il primo collegio gesuita del mondo, la flotta di Lepanto, l'inizio della Primavera dei Popoli: questo non è provincialismo, è tutt'altro.

IV. La Lanterna di San Raineri e il porto antico

Tra i documenti conservati dalla Società Messinese di Storia Patria ve n'è uno che risale al 1291 e che ha tutto l'aspetto di una piccola grande rivelazione: la richiesta delle Autorità civiche ai frati dell'Ordine dei Continenti, insediati nella torre di San Raineri, di accendere un fanale — il 'fanarium qui dicitur luminare' — per guidare i naviganti attraverso le correnti dello Stretto.

La Lanterna di San Raineri è il faro più antico del Mediterraneo di cui si conserva documentazione scritta continua. Prima del terremoto del 1908, dalla sua sommità era possibile scorgere perfettamente la Fontana del Nettuno e quella di Orione, disposte lungo un preciso asse prospettico che collegava il porto alla città — un progetto urbanistico di rara coerenza, attribuito agli architetti del Cinquecento, che il sisma interruppe e che la ricostruzione non seppe (o non volle) riprendere. La fontana del Nettuno fu spostata e ruotata di centottanta gradi rispetto alla posizione originaria, spezzando per sempre quella visione d'insieme.

La marineria messinese, che per secoli aveva avuto un proprio stendardo — l'aquila bicipite nera in campo bianco — fu protagonista di imprese commerciali e nautiche che la accomunano, nelle intenzioni degli studiosi, alle grandi repubbliche marinare dell'Italia centro-settentrionale. Una storia dimenticata, che aspetta ancora la sua narrazione compiuta.

V. Cosa fare: proposte concrete per la promozione

Conoscere la storia di un territorio è necessario ma non sufficiente. Perché la memoria diventi risorsa — economica, identitaria, turistica — occorre trasformarla in esperienza accessibile, in racconto condiviso, in percorso praticabile. Il territorio messinese ha tutte le condizioni per farlo. Mancano ancora, però, strumenti e volontà organizzativa. Alcune direzioni sembrano più promettenti di altre.

Sistemi di percorsi tematici integrati

Un 'cammino della memoria messinese' che colleghi la Badiazza, la Real Cittadella, la Lanterna di San Raineri, il Museo Regionale e i principali siti della Zona Falcata potrebbe diventare un itinerario riconoscibile, praticabile a piedi o in bicicletta, con segnaletica adeguata e materiali didattici in lingua. Esperienze analoghe — dai Cammini medievali del Centro-Sud alle rotte normanne della Sicilia interna — dimostrano che questo tipo di prodotto funziona e intercetta un pubblico crescente di turisti culturali.

Narrazione digitale e presidio sui social

Insidemessina ha già dimostrato, con il suo lavoro editoriale, che la storia messinese può essere raccontata in modo appassionante e accessibile a un pubblico largo. Occorre però strutturare meglio la presenza digitale: podcast di storia locale, video-racconti geolocalizzati, mappe interattive dei siti storici, collaborazioni con le scuole messinesi per produzione di contenuti. Il digitale abbatte il confine tra chi la storia la studia e chi la abita.

Aperture straordinarie e circuiti tipo 'Vie dei Tesori'

Il modello delle Vie dei Tesori — che ogni anno apre al pubblico luogo normalmente inaccessibile in tutta la Sicilia — ha già raggiunto Messina con ottimi risultati, coinvolgendo siti come Forte Petrazza e parti della Cittadella. Occorre ampliare sistematicamente il numero di aperture straordinarie, trasformandole da evento occasionale a appuntamento stabile e atteso. Ogni apertura è anche un'occasione di presidio civico e di raccolta fondi per la manutenzione.

Formazione e coinvolgimento delle scuole

La trasmissione della memoria storica locale non può essere demandata soltanto alle associazioni culturali. Le scuole messinesi — dalla primaria all'università — devono essere coinvolte sistematicamente in percorsi di conoscenza e scoperta del territorio. Visite guidate ai siti storici, laboratori di ricerca archivistica, gemellaggi tra le classi e le istituzioni culturali: ogni investimento in questa direzione produce effetti a lungo termine sull'identità collettiva della città.

Governance e coordinamento istituzionale

Forse il nodo più difficile da sciogliere è quello istituzionale. I siti storici messinesi sono gestiti da soggetti diversi — Soprintendenza, Comune, Regione, Università, associazioni private — che raramente parlano tra loro con efficienza. Una cabina di regia territoriale per la valorizzazione del patrimonio storico-culturale, capace di coordinare fondi, progetti e comunicazione, potrebbe fare la differenza tra l'ennesima occasione mancata e una svolta vera.

Una città che deve riprendere la parola

La memoria storica non è un lusso intellettuale né una nostalgia improduttiva. È la materia prima con cui una comunità costruisce la propria identità, la propria autostima collettiva e — in ultima analisi — la propria capacità di progettare il futuro. Messina ha attraversato ogni grande stagione del Mediterraneo: ha visto partire la flotta di Lepanto, ha ospitato il primo collegio gesuita del mondo, ha dato avvio a rivoluzioni. Poi il terremoto del 1908 ha sepolto non soltanto gli edifici, ma anche, in parte, la coscienza di sé.

Recuperare quella coscienza — mattone dopo mattone, articolo dopo articolo, apertura straordinaria dopo apertura straordinaria — è il compito che InsideMessina si è dato. Un compito arduo, forse impossibile nella sua interezza. Ma necessario. Perché una città che non conosce la propria storia è condannata a ripetere i propri errori, e a sottovalutare le proprie risorse.

La Badiazza è ancora lì, tra i boschi peloritani. Aspetta. E con lei aspettano secoli di storia che questa città deve ancora imparare a raccontare.

Fonti e riferimenti bibliografici

Fonti primarie e archivistiche

[1] Puzzolo Sigillo, Domenico. Tre opportuni chiarimenti di toponomastica messinese. Messina: Società Messinese di Storia Patria, XIX-XX sec. [Sulle origini della Lanterna di San Raineri e il documento del 1291.]

[2] Samperi, Placido S.J. Iconologia della Gloriosa Vergine Madre di Dio Maria protettrice di Messina. Messina, 1644. [Sulla fondazione del monastero della Badiazza e le sue trasformazioni medievali.]

[3] Archivio Storico Messinese, Fascicoli I-IX (1900-1908), Nuova Serie (1934), Bollettino Storico Messinese (1936-). Digitalizzazione in corso a cura della Società Messinese di Storia Patria.

Studi storici e architettonici

[4] Bonfiglio, Giovanni. Messina città nobilissima, Libro V. [Sulla Lanterna di San Raineri e il sistema monumentale del porto antico.]

[5] La Corte Cailler, G. Studi sulla Real Cittadella di Messina. Pubblicati nella Rivista storica messinese, fine XIX - inizio XX sec.

[6] Riccobono, Franz e Fumia, Alessandro. La Vara. Messina: EDAS Edizioni. [Sulla tradizione marinara e i simboli identitari messinesi.]

[7] Fondazione Zipelli. La tradizione cartografica in Sicilia: le carte della collezione Zipelli. Volume commemorativo. [Cartografia storica dello Stretto dal Cinquecento al Novecento.]

[8] Ribaud, Pietro. Trattato teorico, pratico, istorico sulle correnti ed altre particolarità e fenomeni che hanno luogo nel canale di Messina. Napoli, 1826. [Dodici tavole sulla navigazione dello Stretto; testimonianza della marineria peloritana.]

Fonti istituzionali e normative

[9] Regione Siciliana — Assessorato dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana. Comunicato ufficiale: 'BB.CC. e I.S. — Messina, consegnati i lavori per il recupero della Badiazza'. Palermo, 30 maggio 2022.

[10] Regione Siciliana. 'Messina, intervento di restauro della Badiazza'. Scheda tecnica, risorse FSC 2014-2020 — Patto per la Sicilia. Importo: €1.213.616,54 + IVA. Impresa appaltatrice: Aemme S.r.l., Favara (AG).

[11] Soprintendenza BB.CC.AA. di Messina (Arch. Mirella Vinci). Relazione sullo stato di avanzamento dei lavori alla Badiazza, aggiornata al 31 ottobre 2024. Citata da Gazzetta del Sud, 2 novembre 2024.

Fonti giornalistiche e divulgative

[12] Lettera Emme. 'Messina in fabula: la città raccontata dai più grandi scrittori di sempre'. Lettera Emme, 5 giugno 2025. [Su De Amicis, Goethe e gli osservatori stranieri di Messina.]

[13] Lettera Emme. 'Zona Falcata e Badiazza: il futuro della città passa dai lavori di restauro e bonifica'. Lettera Emme, 3 gennaio 2023.

[14] Tempo Stretto. 'Vogliamo la nuova Badiazza, basta stop ai lavori'. Tempo Stretto, 18 ottobre 2024. [Sulla fiaccolata dei 'Custodi della Rinascita' e i ritardi nel cantiere.]

[15] Tempo Stretto. 'Messina, la Badiazza tornerà a splendere'. Intervista alla Soprintendente Mirella Vinci. Tempo Stretto, 18 ottobre 2024.

[16] Il Sicilia. 'Messina, entro due anni l'atteso restauro della Badiazza. Consegnati i lavori'. Il Sicilia, 16 luglio 2022.

[17] InsideMessina — Bonfiglio, Giovanni. 'La Real Cittadella di Messina, tra storia antica e degrado moderno'. InsideMessina, 14 marzo 2018.

[18] InsideMessina. 'Messina: il Centro di documentazione sulle tradizioni marinare dello Stretto nel corso dei secoli'. InsideMessina, sezione Cultura/MUME.

[19] Wikipedia — 'Storia di Messina'. Voce enciclopedica con riferimenti bibliografici. Ultimo aggiornamento: marzo 2026. [Usato per verifica incrociata di date e fatti.]

© InsideMessina — Associazione Culturale per la storia, l'arte e la cultura del territorio messinese

Commenta (0 Commenti)

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Si è da poco concluso l’ultimo evento organizzato da InsideMessina: La Tombola degli Orrori. Circa una trentina di partecipanti, tra soci e aspiranti soci, hanno preso parte a una tombola davvero originale. In palio c’erano ben 100 regali “orridi”, che hanno trasformato la serata in una gara di curiosità e allegria, tra risate e sorprese inaspettate.

L’atmosfera conviviale è stata arricchita da ottima birra artigianale, accompagnata dai sapori autentici della tradizione messinese: arancini e pitoni. Un connubio perfetto tra gioco, convivialità e gusto.

Molti degli invitati sono rimasti piacevolmente sorpresi dall’accoglienza ricevuta, cogliendo appieno l’essenza dello stare insieme. Inoltre, hanno trovato regali davvero unici e interessanti, che hanno reso la serata ancora più memorabile.

Questa iniziativa rientra tra le attività promosse dall’associazione con l’obiettivo di favorire l’aggregazione e al tempo stesso riscoprire le antiche tradizioni natalizie, reinterpretate in chiave moderna e allegra. InsideMessina continua così a proporre eventi che uniscono cultura, socialità e identità locale, rendendo ogni appuntamento un’occasione speciale per vivere insieme la città.

Si ringrazia il titolare del caffè letterario Volta Pagina, che ospita spesso le nostre iniziative.

Commenta (0 Commenti)

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva

A 800 metri sul Monte Meliuso, tra ruderi e silenzio, dorme una delle storie più intense del messinese

C'è un monte tra Capo d'Orlando e Milazzo che si chiama Meliuso — dal greco «melisso», ricco di miele, per le api selvatiche che da sempre lo popolano. Su quel monte, a 800 metri di altitudine, per quasi cinque secoli visse una città. Aveva chiese in marmo e opere dei Gagini. Aveva un castello che si vedeva dal mare. Aveva un panorama che spaziava dall'Etna alle Eolie, da Capo Milazzo fino, nelle giornate più limpide, alle coste calabresi e a Ustica.

Poi, una sera di febbraio del 1783, la terra tremò per l'ennesima volta. E questa volta non ci fu più niente da ricostruire.

Si chiama Gioiosa Guardia, e di lei restano soltanto ruderi. InsideMessina va a raccontarla.

Dalle origini normanne al castello aragonese

La storia di Gioiosa Guardia inizia, come tante storie siciliane, con i Normanni. Intorno al 1060 il Conte Ruggero d'Altavilla, dopo aver scacciato gli Arabi dall'isola, istituì il Monastero di Patti affidandolo all'Abate Ambrogio, che ottenne il controllo del circondario compreso il Monte Meliuso. Per quasi tre secoli la zona resta un presidio ecclesiastico-agricolo, con qualche insediamento sparso sulle pendici.

Il salto di qualità arriva nel 1364. Federico III Vinciguerra d'Aragona, Gran Giustiziere del Regno di Sicilia, riceve l'incarico di rafforzare la difesa della costa tirrenica contro le incursioni dei pirati barbareschi — una minaccia costante e devastante per tutti i villaggi costieri del messinese. La scelta cade sul Monte Meliuso: difficile da raggiungere dal mare, dotato di una visuale eccezionale su tutto il golfo, facilmente difendibile.

Vinciguerra fa costruire sulla cima una torre-castello — l'"Oppidum Guardiae Joiusae", la fortezza della Guardia Gioiosa — e intorno ad essa i contadini dei dintorni iniziano spontaneamente a insediarsi. In pochi decenni quello che era un avamposto militare diventa un paese vero, con strade, piazze, case in pietra. Il nome «Gioiosa» viene dall'amenità del luogo e dalla fertilità del suolo; «Guardia» dal ruolo di vedetta costiera. Una sentinella felice.

Cinque secoli di vita: le chiese, i Gagini, la tonnara

La città cresce e si arricchisce nel corso del Quattrocento e del Cinquecento. Sorgono quattro chiese — la più importante dedicata a San Nicola di Bari, patrono del borgo — che vengono decorate con marmi pregiati e sculture. Tra gli artisti che lavorano a Gioiosa Guardia ci sarebbero anche i Gagini, la grande dinastia di scultori siciliani che tra il XV e il XVI secolo lasciò opere straordinarie in tutta l'isola. Non è una città di second'ordine: è una comunità benestante, con commerci attivi e una vita culturale che si riflette nelle sue chiese.

Giù a valle, sulla costa, la tonnara di San Giorgio — costruita nel XII secolo, quindi precedente al borgo collinare — garantisce un'altra fonte di reddito. I Gioiosani scendono al mare per pescare, poi risalgono al sicuro tra le mura del castello. È un equilibrio fragile ma funzionante, che regge per secoli.

Nei momenti di allarme per le incursioni dei pirati, dalla torre del castello si alzano segnali di fuoco che allertano tutta la costa. Gioiosa Guardia fa parte di una rete di avvistamento costiero che copre l'intero arco tirrenico messinese. La sua posizione elevatissima la rende preziosa — e, paradossalmente, la condanna: è così alta che l'acqua scarseggia, i rifornimenti sono difficili, e ogni calamità naturale colpisce più duramente.

La leggenda di San Nicola e il capitano misterioso

Come ogni città medievale che si rispetti, Gioiosa Guardia ha la sua leggenda fondativa. Si racconta che durante una delle tante minacce di attacco barbaresco, la città stesse per cedere — le difese erano esaurite, la popolazione terrorizzata — quando apparve un capitano straniero, a cavallo, che guidò con straordinaria efficacia la resistenza e mise in fuga i pirati. Poi sparì, senza che nessuno riuscisse a identificarlo.

« Dopo qualche anno alcuni Gioiosani, trovandosi a Bari, riconobbero nella statua di San Nicola il volto del benefico e prodigioso capitano. »

Da quel momento San Nicola di Bari divenne il protettore di Gioiosa Guardia e gli fu dedicata la chiesa principale del borgo. La leggenda, con tutta evidenza, è un'elaborazione devozionale — ma dice molto su come la comunità si immaginasse: una città che si salva grazie all'intervento divino, un popolo che si sente sotto protezione speciale. Una fiducia che la natura, alla fine, avrebbe tradito.

Il lungo declino: quattro terremoti in cento anni

Il primo segnale arriva nel 1693. Il catastrofico terremoto di Val di Noto — quello che raderà al suolo Noto antica e provocherà la ricostruzione barocca di tutta la Sicilia orientale — fa sentire i suoi effetti anche sul Monte Meliuso. Il castello e molte abitazioni riportano gravi danni. La città viene riparata, la vita riprende. Ma qualcosa si è incrinato.

Nei decenni successivi altri eventi sismici colpiscono la zona, sempre più ravvicinati, sempre più devastanti. La roccia porosa del Monte Meliuso, già fragile, cede progressivamente. Ogni ricostruzione costa sforzi enormi in un luogo così isolato e privo di risorse idriche abbondanti. La fiducia della popolazione si erode lentamente, come le fondamenta delle case.

Poi arriva la sera del 5 febbraio 1783.

Il terremoto di quella notte è il quarto in pochi decenni, ma è di una violenza senza precedenti. Le case si sbriciolano. Le chiese crollano. Il castello, già compromesso dai sismi precedenti, diventa un cumulo di macerie. E questa volta i Gioiosani non trovano la forza di ricominciare.

1784: la carestia, le cavallette, l'addio

Se il terremoto avesse agito da solo, forse qualcuno avrebbe trovato la forza di restare. Ma nel 1784 si abbatte un'invasione di cavallette che distrugge i raccolti. Poi arriva la carestia. Poi la siccità, in un luogo dove l'acqua era già una risorsa scarsa e preziosa.

È la combinazione di questi colpi che spezza ogni resistenza. La popolazione si divide in due flussi migratori: i più benestanti scendono verso la costa e fondano una nuova città — Gioiosa Marea, nome che commemora l'origine collinare con il rimando al mare che ora la abbraccia. Una parte della gente si stabilisce invece nel borgo marinaro di San Giorgio, già esistente, che si espande rapidamente per accogliere i nuovi arrivati.

L'ultimo abitante lascia Gioiosa Guardia nel 1813. Trent'anni dopo il terremoto, qualcuno aveva ancora tentato di resistere, aggrappato alla propria casa, ai propri ricordi, alla propria vita sul monte. Poi cede anche lui. Il Monte Meliuso resta solo con le sue api e i suoi ruderi.

Gioiosa Guardia oggi: tra archeologia e abbandono istituzionale

I ruderi dell'antica Gioiosa Guardia sono raggiungibili a piedi da Gioiosa Marea tramite un sentiero. Non è una camminata banale — il dislivello è considerevole — ma chi arriva in cima viene ricompensato con uno dei panorami più straordinari di tutta la Sicilia settentrionale: l'Etna a sud-est, le Eolie sull'orizzonte tirrenico, il golfo di Milazzo, le Madonie verso ovest. Nelle giornate eccezionalmente limpide, si vede Palermo e la costa calabra.

Il sito non è solo medievale: gli scavi iniziati nel 1981 dalla Soprintendenza hanno rivelato la presenza di insediamenti molto più antichi. Sono state documentate tracce di un abitato indigeno dell'Età del Ferro (IX-VII sec. a.C.) e di un insediamento greco (VI-IV sec. a.C.), che sembra aver subito una violenta distruzione alla fine del IV secolo. L'area attorno a Gioiosa Guardia era abitata molto prima che Vinciguerra d'Aragona vi costruisse il suo castello.

Oggi però il sito versa in condizioni che Italia Nostra ha definito di abbandono: la recinzione è assente, i pannelli didattici sono usurati e illeggibili, la vegetazione invade le strutture. Gli scavi si sono interrotti nel 2005 e non sono mai ripresi. Un bene paesaggistico inserito nel Piano Paesaggistico della Regione Siciliana — tutelato sulla carta, dimenticato nei fatti.

Un luogo che merita di essere riscoperto

Gioiosa Guardia non è un caso isolato. È il simbolo di un patrimonio diffuso, capillare, straordinariamente ricco che la provincia di Messina porta con sé senza riuscire a valorizzarlo. Siti che in altre regioni d'Italia — o d'Europa — sarebbero mete di turismo culturale internazionale, qui rimangono accessibili solo a chi ha la pazienza e la curiosità di cercarli.

C'è però qualcosa che i ruderi di Gioiosa non hanno perso: la capacità di raccontare. Ogni pietra crollata è un pezzo di storia che aspetta di essere letto. Le fondamenta delle chiese dove i Gagini lavoravano il marmo. Il profilo del castello da cui si vedevano arrivare i pirati. Le strade su cui l'ultimo abitante ha camminato per l'ultima volta nel 1813.

Commenta (0 Commenti)

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva

Si è conclusa con successo la Degustazione d’Autunno, evento organizzato dall’associazione culturale Insidemessina, da anni impegnata nella promozione della cultura, delle tradizioni e dei prodotti tipici del territorio. Nonostante le condizioni meteorologiche caratterizzate da una pioggia intermittente, la partecipazione è stata numerosa e appassionata, segno della forte attrattiva che l’iniziativa esercita sulla comunità.

La giornata si è svolta presso l’azienda Daemone, che ha ospitato i partecipanti con grande professionalità. La titolare, Dott.ssa Valeria Furnari, ha guidato il gruppo in una suggestiva passeggiata tra i filari di Nocera, Merlot, Nero d’Avola, Inzolia e Zibibbo, offrendo un racconto autentico della ricchezza vitivinicola locale. L’itinerario ha condotto i visitatori fino ai palmenti rupestri Laknos, testimonianza storica dell’importanza del territorio già in epoche remote.

Successivamente, i partecipanti hanno avuto modo di visitare la cantina, seguendo le diverse fasi del processo produttivo del vino. Un percorso formativo che ha permesso di comprendere da vicino la cura e la passione che caratterizzano ogni passaggio, dalla raccolta dell’uva fino all’imbottigliamento.

La giornata è stata arricchita dall’intervento del Dott. Milici, che ha sottolineato l’importanza di un’alimentazione sana basata sulla dieta mediterranea. Il suo contributo ha evidenziato come la valorizzazione dei prodotti territoriali possa favorire un modello di economia circolare, capace di sostenere la comunità e preservare le tradizioni locali.

L’evento si è concluso con un pranzo conviviale, durante il quale i vini e l’olio dell’azienda Daemone hanno accompagnato i piatti preparati con maestria dall’azienda agrituristica Porticella. Un’occasione per celebrare i sapori autentici della terra e condividere un’esperienza di gusto e cultura.

Un sentito ringraziamento va a tutti i partecipanti che, sfidando le condizioni meteorologiche, hanno contribuito a rendere speciale questa domenica all’insegna della tradizione e della convivialità.

 

Commenta (0 Commenti)

Follow Us

Don't have an account yet? Register Now!

Sign in to your account