Argentieri e orafi di Messina: una storia di otto secoli tra sbalzo, fuoco e identità
C'è una via di Messina che porta ancora il nome di chi la abitava. Una strada stretta, parallela al Duomo, dove per secoli il profumo di borrace e resine si mescolava con il rumore sordo del martelletto sull'incudine. Era la via degli Orefici. Oggi quella voce non si sente più, eppure — se sapete dove cercare — il fuoco degli argentieri messinesi non si è mai spento.
UN MESTIERE ANTICO QUANTO L'IMPERO
Bisogna risalire all'anno 1218 per trovare la prima traccia documentata di un orafo messinese. Si chiamava Perrone Malamorte — un nome che suona quasi leggendario — ed era l'artefice prediletto di Federico II di Svevia, il re che governava l'universo dal Palazzo di Palermo e guardava al Mediterraneo come a un'unica, sconfinata bottega. Perrone lavorò per lui una croce processionale destinata al Duomo di Messina, in lamina d'argento dorato, cesellata a sbalzo con una maestria tale da guadagnargli un premio straordinario: l'imperatore gli donò un intero casale, quello di Dricino nella piana di Milazzo. Non una somma di denaro, non un titolo onorifico: una terra. Il riconoscimento più concreto e duraturo che un sovrano medievale potesse concedere.
Questo episodio ci dice qualcosa di importante che i libri di storia spesso sorvolano: a Messina, nel Medioevo, il lavoro dei metalli preziosi non era considerato un mestiere minore. Era arte, era diplomazia, era potere. L'argentiere che forgiava la croce del re forgiava anche il suo stesso futuro.
IL SEICENTO: TRECENTO BOTTEGHE E UNA CITTÀ CHE SPLENDEVA
Il momento di massima gloria arrivò quattro secoli dopo. Nel Seicento, Messina contava ben trecento botteghe di orafi e argentieri concentrate in un'unica arteria urbana, tanto che quella strada prese il loro nome e lo mantiene ancora oggi. Non era un distretto artigianale nel senso moderno del termine: era qualcosa di più simile a una piccola capitale europea dell'oreficeria, con proprie gerarchie, propri segreti di lavorazione, propri riti corporativi.
Nel 1685, in occasione dei festeggiamenti per la Patrona, la Madonna della Lettera, gli orafi e argentieri messinesi allestirono lungo tutta la via addobbi di una bellezza che le cronache dell'epoca faticarono a descrivere senza ricorrere all'iperbole: torri d'argento, templi in miniatura, statue di metallo prezioso, cascate di diamanti, topazi, smeraldi, rubini e coralli. Non oggetti in vendita. Una dichiarazione d'identità collettiva. La città che voleva mostrarsi al mondo sceglieva di farlo attraverso il lavoro delle proprie mani.
Di quegli anni straordinari resta, tra i tanti capolavori dispersi, la memoria di un'opera particolarmente commovente: un'alzata da tavola alta sessanta centimetri, opera del messinese Giuseppe D'Angelo, in argento massiccio, che riproduceva fedelmente la cinquecentesca Fontana Orione di Piazza Duomo. Un argentiere che omaggiava la sua città scolpendola nel metallo. L'opera fu avvistata per l'ultima volta nel 1990, quando passò all'asta da Christie's a New York. Da allora, silenzio.
IL TERREMOTO E IL FILO CHE NON SI SPEZZÒ
Il 28 dicembre 1908 seppellì sotto le macerie gran parte di quello che Messina aveva costruito in secoli. Novantamila morti, una città rasa al suolo, una civiltà urbana costretta a ricominciare. Per molti mestieri tradizionali, fu la fine. Per l'oreficeria messinese, fu una pausa.
La differenza non è da poco. Il mestiere dell'argentiere — a differenza di molte altre arti legate agli edifici, ai mercati, alle corporazioni fisiche — viaggiava nelle mani. Le tecniche si tramandavano da maestro ad apprendista, da padre a figlio, con un sistema di apprendimento talmente personale e corporeo che nessun terremoto avrebbe potuto cancellarlo del tutto. Coloro che sopravvissero portarono con sé il sapere. E Messina, lentamente, tornò ad avere le sue botteghe.
OGGI: IL FUOCO BASSO DELLE BOTTEGHE CHE RESTANO
Chi passeggia per il centro di Messina con un occhio attento può ancora trovare i segni di questa continuità. Non sono vetrine sfavillanti: sono botteghe dove la luce è calda, gli strumenti hanno decenni di vita, e il titolare lavora con quella concentrazione silenziosa che appartiene solo a chi conosce il proprio mestiere fino in fondo.
Tra i nomi che hanno tenuto viva la tradizione, la famiglia Lo Presti porta avanti dal 1948 un'attività orafa fondata sulle basi gettate dal capostipite Gaetano, già attivo negli anni Venti del Novecento. È una continuità che attraversa quattro generazioni e un intero secolo di storia messinese. Poco lontano, in via Dogali, Francesco Cosio lavora dal 1989 con la tecnica della fusione a cera persa — una delle più antiche tecnologie del lavoro orafo, risalente all'Età del Bronzo — reinterpretando nelle sue creazioni i simboli e le tradizioni della Sicilia. In via Ugo Bassi, lo studio Alvaro & Correnti sceglie invece un dialogo tra il passato e la classicità: oro puro accostato a bronzo e argento brunito, gemme incise, un immaginario che attinge alla Magna Grecia messinese.
Artigiani diversi per approccio e sensibilità, accomunati da una scelta che in un'epoca dominata dalla produzione industriale di massa ha quasi il sapore della resistenza civile: fare ogni pezzo a mano, uno alla volta, con il nome e la storia di Messina impressi nel metallo quanto la firma dell'artefice.
UN PATRIMONIO CHE ASPETTA DI ESSERE VISTO
Il problema degli argentieri messinesi di oggi non è la mancanza di qualità. È la mancanza di visibilità. Il turista che arriva a Messina — quando arriva — passa quasi sempre per il Duomo, sale sulla Colonna della Lettera, prende il traghetto. Raramente qualcuno gli dice che in quelle strade c'è ancora chi forgia l'argento con le stesse tecniche che usavano i maestri del Seicento.
Eppure le chiese del territorio conservano un patrimonio di argenteria sacra di rara qualità: il Tesoro della Cattedrale custodisce la celebre Manta d'oro del 1661, il Braccio reliquiario di San Marziano del 1180, manufatti che non hanno nulla da invidiare ai grandi tesori ecclesiastici europei. A Castroreale, la Pinacoteca di Santa Maria degli Angeli raccoglie una significativa raccolta di argenterie sacre messinesi. Sono opere ferme dietro le vetrine, spesso poco illuminate e quasi mai raccontate.
InsideMessina crede che raccontarle sia un atto necessario — non di nostalgia, ma di consapevolezza. Conoscere chi siamo stati aiuta a capire chi siamo. E forse, chi potremmo ancora essere.
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